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Art. 18. Ferrari (PD): “C’è ancora tempo, ma in caso di fallimento, il Parlamento recuperi ciò che non ha fatto il governo”

bbiamo ascoltato per settimane un mantra che affermava che nella discussione sulla necessaria riforma del lavoro non dovevano esserci totem. Il risultato che vediamo almeno in queste ore è quello di aver offerto al dibattito politico proprio un totem sul quale misurare la tenuta politica della maggioranza e la tenuta sociale del paese.

Senza volere ulteriormente drammatizzare, è difficile non esprimere forte preoccupazione per l’esito del confronto tra governo, organizzazioni imprenditoriali e parti sociali. Diversi i punti che mi paiono rilevanti.
Primo: la coesione sociale doveva essere uno degli obiettivi primari di questa trattativa, soprattutto per un governo “tecnico”. Nella fase che il nostro paese sta vivendo riuscire a garantire la coesione fa la differenza e un governo che voglia essere diverso da quello precedente si deve prendere la responsabilità di ricercare la condizione perché questa sia garantita, soprattutto quando si vogliono affrontare seriamente riforme che per l’Italia potrebbero essere beneficamente epocali.

Secondo. La riforma in discussione è ambiziosa perchè tocca temi importanti e strategici: allargamento degli ammortizzatori sociali, semplificazione e tutela delle forme di inserimento al lavoro, lotta alla precarizzazione, sostegno alla stabilizzazione dei lavoratori; obiettivi condivisibili e anche costosi, soprattutto per un paese in recessione e per un sistema produttivo in grande difficoltà.
Terzo: obiettivo condiviso è aumentare la competitività del sistema paese per garantire crescita e quindi occupazione, redistribuzione del reddito, tenuta e coesione sociale.

Allora, onestamente e dati alla mano, quali sono realmente i fattori che rendono bloccata la crescita e poco competitivo il nostro sistema produttivo? Proviamo ad elencarne solo alcuni: alti costi energetici, scarsa efficienza della burocrazia, lentezza del sistema giustizia, alti tassi di corruzione e pesanti rischi di infiltrazioni mafiose. Queste sono le priorità da superare se vogliamo favorire la ripresa degli investimenti, anche stranieri, nel nostro paese. Condiziona di più la l’articolo 18 o il fatto che non si riesce a tradurre in inglese un contratto del lavoro italiano quando un investitore deve decidere se investire da noi?
Si è aperta la discussione sulla riforma del lavoro mirando alla flexsecurity danese, scoprendo poi che questa ha costi insostenibili per l’Italia di oggi, (non dobbiamo mai dimenticarci che si sta cercando di fare un riforma del lavoro in un momento in cui il lavoro stesso scarseggia e le risorse diminuiscono) siamo quindi passati al modello tedesco per gestire al meglio l’uscita dal lavoro, mentre alla fine si è formulata una proposta diversa, in quanto, in Germania, le regole per il licenziamento per ragioni economiche sono uguali a quelle per ragioni discriminatorie. Perché questa scelta ?
Il Partito Democratico – in tutta questa fase – ha tenuto un atteggiamento molto responsabile che anche io ho condiviso, pur comprendendone i rischi politici. Sostenere e favorire l’incontro fra le parti sociali sul lavoro è vitale, in un momento difficilissimo per tutti. Considerare questo processo solo un metodo a cui non attribuire valore politico non mi pare un atto di responsabilità adeguato al momento.
Ci sono ancora sufficienti ore di tempo per ricercare soluzioni condivise, ma se queste non dovessero arrivare, allora l’intesa dovrà essere recuperata nel dibattito parlamentare, quindi attraverso la presentazione di un disegno legge, e non di un decreto, per fornire al Parlamento la possibilità di intervenire per poter legiferare una riforma del lavoro in Italia utile alle imprese e ai lavoratori, dove, si affrontano e risolvono le questioni cruciali utili alla ripresa e alla crescita, di tutti.

Roberto Ferrari
Segretario provinciale Pd – Reggio Emilia

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